Spendere molto, lavorare poco
Gli economisti forse manipolano, ma le cose sono semplici
Guido Viale è intervenuto nel Manifesto con intelligenza e una punta di astrazione, come gli accade spesso, e come noi non è esente dal santo pregiudizio. Qualcosa di serio non funziona – è il suo cavallo di battaglia – e il pensiero unico non lo capisce perché non sa mettersi nei panni degli altri, operazione difficile per ciascuno. Leggi Il fantasma del licenziamento
14 AGO 20

Guido Viale è intervenuto nel Manifesto con intelligenza e una punta di astrazione, come gli accade spesso, e come noi non è esente dal santo pregiudizio. Qualcosa di serio non funziona – è il suo cavallo di battaglia – e il pensiero unico non lo capisce perché non sa mettersi nei panni degli altri, operazione difficile per ciascuno. Solo mettendosi nei panni degli altri si capirà che la “crescita” è un idolo, non (come dicono i Giavazzi, gli Alesina) un obiettivo di sviluppo connaturale al sistema della società aperta e di mercato. Gli altri della lista Viale sono i deboli, visti con empatia e sentimento morale. Non è disdicevole, una simile operazione mentale, per quanto non sia minimamente realistica. Però gli altri, se non si vogliano truccare le carte con se stessi, non sono soltanto il cittadino comune, il precario, l’operaio, il migrante, la donna, figure o soggetti sociali dotati di quella bella soggettività e individualità che dovrebbe essere rivalutata dalla “sociologia comprendente”, secondo il modello di Max Weber. Anzi, il problema cruciale della crisi finanziaria e da debito, che è solo un aspetto della difficoltà dell’occidente a competere sui mercati mondiali e a crescere, anche per redistribuire, è che bisogna mettersi nei panni del sindacalista affamato di rigidità nei rapporti di lavoro, del solidarista che risolve la contrattazione in diritto positivo immutabile, del baby pensionato che se ne fotte di come vengono trovati i soldi per le pensioni di domani, del consumatore pazzo di sanità pubblica e di chi lucra sulla sua paura di vivere indotta, dell’operatore e utente dei servizi che sta fuori da ogni logica cooperativa e offre e chiede protezione pubblica dalla culla alla tomba quali che siano i costi sociali del sistema di tutela, dell’evasore fiscale che trova nel rigetto individuale dello stato e delle regole la sua soluzione privata, dei mille autori socialmente diffusi dei diecimila trucchi che portano la spesa pubblica improduttiva verso e oltre il limite della metà del prodotto interno lordo, e costruiscono la montagna del debito (compresi nella lista dei farlocchi certi banchieri imprenditori e molti altri pezzi dell’establishment).
Una sociologia comprendente, cioè fondata sull’idea che le leggi sociali non sono naturali e universali ma storiche e individualizzanti, e devono rispettare la singolarità del fatto e della persona o del gruppo sociale, può “comprendere” con simpatia morale molte cose che le spiegazioni invece tralasciano. Ma in una società libera, aperta, i bisogni, le disuguaglianze, i diritti a diversi stili di vita si curano solo con la crescita. Non c’è altro modello sperimentale a disposizione che quello anglosassone, curva di Laffer compresa. E la crescita, o sviluppo, nasce dalla capacità di lavorare di più e meglio, e di spendere meno. Certe cose sono semplici e in sé non manipolabili.
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
